19 Gen
  • By Anna Minola
  • Cause in

Le sfide della fragilità di Francesca Cicolari Associazione DORAINPOI

Molte fedi sotto lo stesso cielo è un ciclo di incontri promosso dalle Acli nella Provincia di Bergamo con l’obiettivo di imparare un alfabeto delle religioni e l’impegno civile di costruire “terre di mezzo” in grado di far crescere la cultura dell’inclusione. Quale sfida più stimolante per la nostra associazione e per le altre agenzie educative che operano nella nostra comunità di Valle e che da anni si interrogano su quale sia la risposta ai problemi delle persone che la compongono? È nata così l’idea, condivisa con la cooperativa Lavorare Insieme, il Vicariato 
di Valle, l’Istituto Comprensivo scolastico e l’Azienda Speciale Consortile, di portate Molte Fedi in Valle Imagna e di declinare il tema sotto il punto di vista della fragilità come condizione che caratterizza l’essere umano.
 Il tema conduttore di questa edizione di Molte Fedi era 
“Sono forse io il custode di mio fratello?”, domanda che Caino fa in risposta alla richiesta di Dio su dove fosse Abele (Genesi 4, 9).

Valerio Mari, in apertura del convegno, ci ha aiutato a contestualizzare il concetto che vi sottostà, così tristemente attuale. La delega agli specialisti e l’iperspecialismo in genere, nascondono forse un non volere farsi carico dell’altro, una de- responsabilizzazione. Invece l’invito è quello di promuovere un cambiamento culturale che ci insegni a rivalutare le nostre “debolezze”, i nostri punti critici, a considerare la diversità come punto di forza e a trasformare la “pietra scartata in testata d’angolo” su cui edificare la società civile.

Il relatore della prima serata
 è stato Matteo Scianchi, ricercatore che si occupa 
di disabilità e ne analizza la percezione culturale nel corso della storia. Ha scritto “ Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare” e “La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà”. La disabilità è sempre esistita, ma è con la Prima Guerra Mondiale che lo Stato comincia a farsene carico attraverso assistenza sociale, sanitaria e reinserimento lavorativo; le migliaia di persone divenute disabili a causa delle ferite di guerra diventano un discorso civico, comune. Per secoli la disabilità è stata simbolo di peccato, di colpa, rispecchiando un errore tipicamente umano che ci porta a dare la colpa a qualcuno per alleggerirci
 la coscienza, per allontanare senza problemi il disagio che
 si prova. Questo bagaglio storico , vecchio di 2500
 anni, costituisce un fardello che rischia in ogni momento 
di farci cadere all’indietro, nonostante i progressi fatti nel corso dei secoli. La metafora del “bagaglio- fardello” è stata particolarmente fortunata, utile per capire quanto il bagaglio 
di esperienze anche ataviche 
ci tenga ancorati al suolo e guidi saggiamente i nostri 
passi e quanto, invece, rischi 
di farci indietreggiare. Si va avanti quando a prevalere è la percezione del disabile come persona con dignità e diritti; indietro quando a prevalere è la paura che questa condizione possa in qualche modo contaminarci. Paura irrazionale. La vista della disabilità, infatti, ci mette in una condizione di paura e attrazione allo stesso tempo, quello che Freud chiamava il “perturbante”, Das Unheimliche. Un sentimento reale, che ci mette a confronto con le nostre paure. Come ogni paura non va sottovalutata o negata, ma si può imparare
 a gestirla; si può imparare a convivere con le nostre paure, ad addomesticarle. Da qui il ruolo basilare dell’educazione:
i bambini fino agli 8 anni non hanno pensieri discriminanti, non hanno atteggiamenti razzisti. Esiste quindi questo spazio di tempo incontaminato, in cui insegnanti e genitori possono educare ai buoni sentimenti, alla tolleranza, all’accettazione della diversità; far capire che è spesso dalla paura che nascono sentimenti aggressivi e discriminatori. Paura che è umano provare, ma che è importante non fare prevalere nei nostri rapporti con gli altri.

Le riflessioni di Zaccheo Moscheni sull’importanza dell’unione della comunità per trovare le coordinate di una società più giusta, hanno chiuso il primo appuntamento.

La sera del 14 ottobre il nostro don Massimo Peracchi ci ha proposto il tema della sfida della fragilità nella fede. Il
 tema è stato magistralmente argomentato da don Giovanni Nicolini, sacerdote che opera nel territorio di Bologna. In generale, ci ha spiegato, la religione è un progetto di “salita”; la religione cristiana, invece, capovolge questa tradizione: mandando Suo figlio tra gli uomini, Dio si è fatto debole. Il forte è diventato fragile. La vera regalità di Dio non è stare sopra, ma stare in mezzo agli altri. Il confronto con altre religioni, come ad esempio l’Ebraismo, ci porta
 a considerare l’unicità del messaggio cristiano: è Dio che va alla ricerca dell’uomo. Non c’è un’esortazione a vincere sempre ma, anzi, a porgere l’altra guancia. Al di là delle personali credenze religiose, c’è in questo ultimo insegnamento una profonda consapevolezza antropologica. Gli uomini che non sanno perdonare sono destinati alla violenza, a soccombere alla legge del più forte, a dover corrispondere
 al modello perfezionista per trovare un senso alla propria esistenza. Dio ci ha detto che
 la fragilità c’è, che fa parte dell’uomo. È anzi la pietra scartata che diviene testata d’angolo, quella che regge tutta la struttura dell’arco. Possiamo interpretarla in chiave odierna e dire che è proprio la società che sa occuparsi dei più deboli ad essere quella più giusta e positiva per tutti, destinata a durare e a migliorarsi sempre.

La giornata con Raffaele Mantegazza, Professore di pedagogia generale e sociale dell’Università Bicocca di Milano, è cominciata nel pomeriggio, con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato insegnanti, educatori e catechisti, alla ricerca di risposte sui grandi interrogativi educativi: la fragilità a scuola,
il bullismo, le nuove etichette (BES, DSA, NAI)… come rispondere in modo adeguato ai bisogni sempre più emergenti, sempre più speciali dei bambini e delle loro famiglie?

Il dibattito è stato molto partecipato e ha dato buon i
e inaspettati frutti. La scuola 
sta vivendo un periodo di profonda crisi. È la scuola ad essere davvero fragile, in questo momento. Ha perso la sua n
atura di rocca incontrastata del sapere ed ora deve cambiare 
la sua natura. Cosa può dare la scuola che non possono dare 
i media, Internet, la famiglia?
 La socializzazione del sapere.
 La vera essenza del sapere
 è la condivisione. La lettura,
 la scrittura sono fenomeni sociali. La scuola ha la fortuna di essere una comunità di apprendimento per definizione. È tutto il gruppo che impara attraverso l’apprendimento 
del singolo. Riporto per intero l’esempio fatto della famiglia preoccupata dal fatto che l’inserimento di un bambino cinese nella classe del figlio possa rallentare il programma. Già l’aspetto della corsa verso un traguardo è negativa di
 per sé, ma rallentare cosa? L’apprendimento non è una gara a chi arriva primo. Anzi, la presenza di un bambino cinese è una risorsa per i bambini che hanno l’opportunità di imparare davvero qualcosa di unico,
 di rinforzare i propri “saperi” spiegandoli al nuovo arrivato, di confrontarsi in modo costruttivo con altri mondi e altre culture. Dimentichiamoci che la scuola sia un luogo di competizione.
La scuola è un luogo di incontri. Il ruolo dell’insegnante non
 è solo quello di trasmettere contenuti (che, come abbiamo visto, sono reperibili ovunque in questa nostra società informata e informatizzata), ma quello
 di trasmettere la passione per 
il sapere, saper accendere la scintilla della curiosità e del desiderio; saper trovare mezzi
 e strumenti per motivare i ragazzi. È attraverso la relazione con i pari e con gli insegnanti che ci si interessa al pi- greco, 
a Kant, alla matematica. Educazione (l’emotivo) ed istruzione (il cognitivo) vanno
 di pari passo, si integrano e si completano. Non c’è istruzione senza emozione. E viceversa. Si è riflettuto sulla fase 
della valutazione, sulla pesantezza degli oneri burocratici che vanno a pesare sul lavoro quotidiano degli insegnanti. L’incontro si è concluso rilanciando sul ruolo dell’insegnante,
 che deve recuperare dignità all’interno della società, 
forte dell’importanza del suo compito.
 L’argomento della serata è stato invece più incentrato sulla sfida della fragilità nella comunità; debolezze, dubbio e profezia: perché Dio sceglie i fragili? Interessante è stato notare come alcuni punti già affrontati nelle serate precedenti, da altri relatori, siano stati ripresi dal Professor Mantegazza e riletti in una chiave personale e del tutto originale: attraverso la lettura
 di Ungaretti, delle sue poesie scritte in trincea, si esamina la fragilità umana su cui si giocano i giochi del potere. Ancora
 la Grande Guerra, quindi, 
come discrimine tra due modi diversi di concepire l’essere umano: è quello potente di Marinetti o quello esposto 
alla distruzione di Ungaretti? Una contrapposizione che è spiegabile solo esaminando
 chi ha il mitra dalla parte 
del manico. L’idea dell’uomo potente e dominatore non 
è veritiera. Esso è uno degli animali più inermi del mondo. Non il più veloce, non il più forte. Come si spiega allora la sua sopravvivenza? La forza dell’uomo sta proprio nella
 sua capacità di stringersi 
in un abbraccio, di allearsi 
per difendersi a vicenda. L’intelligenza umana è sociale. Non possiamo continuare 
ad educare i nostri gli come
 se fossero onnipotenti. Li condanneremmo all’estinzione. La salvezza e la continuità
 della specie dipendono dalla capacità di stare insieme. Il tabù dell’uomo di oggi è la morte;
 da rifuggire, da non nominare, da scongiurare. Anche Internet e la realtà virtuale stessa sembrano essere un rifugio dalla morte, una ricerca di eternità. Ma non si può parlare di fragilità senza parlare di morte, non si può parlare di “umano” senza parlare di morte. Avere “tante vite” come in un gioco virtuale, dà l’illusione che si possa resettare tutto, che niente sia definitivo, che si possano commettere errori senza nessuna conseguenza; fare una cosa che invece sia definitiva, investe le persone di una grande responsabilità. Ecco perché bisognerebbe recuperare una “pedagogia della morte”, altrimenti non saremmo più umani. Anche Mantegazza, come già don Nicolini, ci ha messi a parte di alcune riflessioni che, partendo dalla lettura di alcuni brani della Bibbia, ma sotto un’analisi del tutto agnostica, scavano nel profondo del sapere umano millenario. Isaia non trova Dio nel fuoco, nel vento o in altre manifestazioni potenti della natura, ma nel mormorio di vento leggero (1Re 19). I codici usati da Dio per parlare con noi sono la solitudine, il silenzio, la passività, condizioni essenziali per predisporsi all’ascolto dell’altro. Dal racconto biblico sulla scelta del Re d’Israele si evince che Dio sceglie Davide, 
il più piccolo e il più debole dei suoi fratelli. Dio sceglie il fragile perché sarà colui che, attento agli ultimi, saprà condurre in modo giusto tutto il suo popolo. Il vero leader fa della sua fragilità la sua forza. I veri fragili sono gli arroganti, i prepotenti, perché non hanno fatto i conti con la loro fragilità, non sanno di essere fragili. La fragilità in sé non è né un bene né un male; non possiamo sfuggirla, ma possiamo farne la nostra forza. In conclusione, il Leit Motiv
 che è emerso dalle serate
pare essere la necessità
di porsi delle domande, di interrogarsi, di farsi interrogare dalla fragilità. Nessuno ha la risposta preconfezionata o la risoluzione a tutti i problemi. Il porsi una domanda è condizione necessaria, anche se non su ciente, per iniziare un processo di cambiamento/ miglioramento. Se non ci si interroga, non ci si mette mai in discussione, si rimane in una condizione di rassicurante, sterile immobilità.